LE MODIFICHE AL CODICE DELLA STRADA – IL NUOVO ART. 93 COMMA 1-BIS DEL CODICE DELLA STRADA – DUBBI DI INCOSTITUZIONALITA’ E CONTRASTO CON LE NORMATIVE EUROPEE.

“Salvo quanto previsto dal comma 1-ter, è vietato, a chi ha stabilito la residenza in Italia da oltre sessanta giorni, circolare con un veicolo immatricolato all’estero”.

Il succitato nuovo comma 1-bis dell’art. 93 del Codice della Strada, ad avviso della scrivente avvocato, risulta in palese contrasto con le normative europee, è del tutto incostituzionale, nonché risulta violare lo Statuto del Contribuente. Ecco alcuni motivi a sostegno.

  1. CONTRASTO CON LE NORMATIVE EUROPEE:

L’art. 4 TUE prevede l’obbligo per gli Stati membri dell’Unione europea di adottare “tutte le misure di carattere generale o particolare atte ad assicurare l’esecuzione degli obblighi derivanti dai trattati o conseguenti agli atti delle istituzioni dell’Unione. Essi si astengano da qualsiasi misura che rischi di mettere in pericolo la realizzazione degli obiettivi dell’Unione” (obbligo di leale collaborazione).

Il principio affermato dall’art. 4 TUE nasce dalla consapevolezza che l’ordinamento dell’Unione, diversamente dagli ordinamenti nazionali, non costituisce un sistema chiuso e autosufficiente, ma ha bisogno, per potersi completamente realizzare, dell’integrazione con gli ordinamenti degli Stati membri. La stretta integrazione esistente tra l’ordinamento europeo e quello degli Stati membri implica necessariamente un coordinamento ed un’armonizzazione che, tuttavia, non sempre risultano attuati nella pratica, dando vita a fenomeni di contrasto tra le diverse disposizioni dettate dai due ordinamenti.

La soluzione di tali conflitti risulta particolarmente importante, in quanto i destinatari delle disposizioni europee e di quelle nazionali coincidono. La Corte di giustizia dell’Unione europea, attraverso una costante interpretazione giurisprudenziale, ha affermato due principi di fondamentale importanza, al fine impostare correttamente, in caso di conflitti, i rapporti tra il diritto europeo ed il diritto interno:

      1. quello della diretta efficacia del diritto dell’Unione e
      2. quello del primato del diritto dell’UE.

L’affermazione del principio della diretta efficacia del diritto dell’Unione non potrebbe costituire una garanzia sufficiente per i cittadini degli Stati membri, in quelle ipotesi in cui una norma dell’ordinamento dell’Unione dovesse contrastare con una disposizione interna, se quest’ultima dovesse prevalere sulla norma europea i diritti attribuiti ai singoli dell’ordinamento dell’Unione non troverebbero alcuna tutela.

A questo fine è rivolto un altro principio di derivazione giurisprudenziale, diretto proprio ad evitare tale eventualità: il primato del diritto dell’Unione europea – che interessa nel caso in esame. Con questa espressione si intende quel principio per cui in caso di conflitto, di contraddizione o di incompatibilità tra norme di diritto dell’Unione e norme nazionali, le prime prevalgono sulle seconde. Tale principio fu affermato per la prima volta nella celebre sentenza 6/64 Costa c. Enel, secondo cui:

  • con l’istituzione della Comunità gli Stati membri hanno limitato, sia pure in campi circoscritti, i loro poteri sovrani ed hanno creato un complesso di diritti vincolante per i loro cittadini e per loro stessi;
  • tale limitazione di sovranità ha come corollario l’impossibilità per gli Stati di far prevalere contro tale ordinamento un provvedimento unilaterale ulteriore, se ciò accadesse sarebbe scosso lo stesso fondamento giuridico dell’Unione.

Nella sentenza 106/77 Amministrazione delle Finanze c. Simmenthal, la Corte fu ancora più esplicita affermando che “in forza del principio della preminenza del diritto dell’Unione, le disposizioni del trattato e gli atti delle istituzioni, qualora siano direttamente applicabili, hanno l’effetto, nei loro rapporti col diritto interno degli Stati membri, non solo di rendere «ipso jure» inapplicabile, per il fatto stesso della loro entrata in vigore, qualsiasi disposizione contrastante della legislazione nazionale preesistente, ma anche – in quanto dette disposizioni e detti atti fanno parte integrante, con rango superiore rispetto alle norme interne, dell’ordinamento giuridico vigente nel territorio dei singoli Stati membri – di impedire la valida formazione di nuovi atti legislativi nazionali, nella misura in cui questi fossero incompatibili con norme comunitarie”.

Nella stessa sentenza la Corte chiariva quali erano gli effetti dell’applicazione di un tale principio, in particolare per quanto riguardava l’attività del giudice nazionale incaricato di applicare, nell’ambito delle proprie competenze, il diritto dell’Unione.

Il giudice nazionale, infatti, “ha l’obbligo di garantire la piena efficacia di tali norme, disapplicando all’occorrenza, di propria iniziativa, qualsiasi disposizione contrastante della legislazione nazionale, anche posteriore, senza doverne chiedere la previa rimozione in via legislativa o mediante qualsiasi altro procedimento costituzionale”.

Occorre sottolineare inoltre che il principio del primato del diritto dell’Unione europea seppure non inserito nei trattati è oggi pienamente sancito nella Dichiarazione n. 17 allegata ai Trattati in seguito alla riforma di Lisbona. Su questo punto è importante il parere del servizio giuridico annesso alla stessa Dichiarazione secondo cui “il fatto che il principio della preminenza non è incluso nel trattato non altera in alcun modo l’esistenza del principio stesso e la giurisprudenza esistente della Corte di giustizia”. Secondo il comma 1-bis dell’art. 93 del CdS “Salvo quanto previsto dal comma 1-ter, è vietato, a chi ha stabilito la residenza in Italia da oltre sessanta giorni, circolare con un veicolo immatricolato all’estero”.

La succitata norma risulta palesemente in contrasto con le normative europee, in quanto ostacola, principalmente, il mercato interno e le quattro libertà!!!

Il mercato interno si realizza in uno spazio senza frontiere interne, nel quale è assicurata la libera circolazione delle merci, delle persone, dei servizi e dei capitali, in conformità alle disposizioni dei trattati (art. 26 TFUE). In tale prospettiva, l’Unione adotta le misure necessarie al fine di eliminare gli ostacoli di natura tecnica, giuridica e burocratica che impediscono ancora il libero scambio e la libera circolazione fra gli Stati membri. Risulta chiaro ed evidente che il succitato comma 1-bis dell’art. 93 del CdS viola principalmente:

  1. Il diritto di stabilimento (artt. 49-55 TFUE);
  2. Il diritto alla libera circolazione e soggiorno (art. 21 TFUE);
  3. Il diritto alla libera circolazione dei lavoratori subordinati (art. 45 par. 1 TFUE);
  4. Il diritto alla libera prestazione dei servizi (artt. 56-62 TFUE).

Si ricorda e si sottolinea che la normativa europea vieta decisamente sia le discriminazioni dirette o palesi che le discriminazioni indirette ed occulte, nonché quelle cd. “materiali” ovvero norme applicabili sia ai cittadini nazionali che a quelli di altri stati membri, ma che sfavoriscono questi ultimi proprio perché li trattano alla stessa stregua dei primi in situazioni in cui gli stessi non hanno possibilità o hanno difficoltà di soddisfare gli stessi criteri dei cittadini nazionali.

Le nuove previsioni del CdS impediscono e/o rendono difficoltosi la libera circolazione, il libero stabilimento e la libera prestazione di servizi in Italia da parte degli altri cittadini europei. Per fare un esempio semplice, se un libero professionista e/o lavoratore dipendente (magari stagionale nelle località di mare o nel Trentino Alto Adige) dovesse soggiornare / risiedere per motivi lavorativi più di 60 gg all’anno in Italia sarebbe costretto ad immatricolare il proprio mezzo/i in Italia al fine di potere circolare con gli stessi in Italia.

Tale fatto indubbiamente costituirebbe un grosso onere per  il professionista e/o lavoratore dipendente, il quale per 60 gg di soggiorno / lavoro in Italia sarebbe costretto ad immatricolare, come detto, il proprio mezzo in Italia ed al rientro nel proprio paese d’origine reimmatricolare lo stesso nello Stato di provenienza. Tale obbligo comporterà sicuramente la rinunciare al lavoro da svolgere in Italia. Per tale ragione, si ritiene palese la violazione delle previsioni europee sul diritto al libero stabilimento ed alla libera prestazione dei servizi ed inoltre si ritiene discriminatoria nei confronti dei cittadini europei non italiani e/o residenti in modo permanente in un altro Stato europeo, in relazione all’accesso al lavoro.

Lo stesso ragionamento vale anche per i cittadini europei non italiani che intendono soggiornare più di 60 gg in Italia per fini turistici e/o di studio. E’ pertanto impossibile ed inconcepibile applicare una norma di simile assurdità nello spazio europeo. Per precisione, si fa presente, inoltre, che tutti i cittadini europei, al fine di potere soggiornare oltre 90 gg in Italia, sono obbligati a richiedere la propria registrazione presso l’anagrafe del Comune italiano, ex D.Lgs. n.30/07, attuativo della direttiva europea 2004/38/CE.

Per tale motivo, un lavoratore stagionale e/o un libero professionista e/o uno studente, che ha necessità di soggiornare / lavorare / studiare per oltre 90 gg in Italia, sarà assolutamente costretto a registrarsi presso l’anagrafe italiano. Risulta inoltre verosimile che il lavoratore stagionale / occasionale in Italia, consapevole di dovere ritornare l’anno successivo in Italia, per evitare nuove prassi burocratiche, decida di non cancellarsi dalla anagrafe italiana. Tale circostanza in realtà, nel caso in esame, risulta totalmente irrilevante, in quanto il concetto di residenza viene, in ogni caso, determinato in base ad elementi di fatto, prescindendo dalla registrazione formale presso l’anagrafe italiana (secondo l’art. 43 c.c. “La residenza è nel luogo in cui la persona ha la dimora abituale”).

Risulta sufficiente, quindi, al fine dell’applicazione della norma de quo, soggiornare effettivamente per almeno 60 gg, anche senza registrazione presso l’anagrafe. Infatti, assurdo, ma vero, basta “passare” 60 gg con il proprio mezzo immatricolato in un altro paese europeo in Italia e si è soggetti ad una sanzione amministrativa da € 712,00 a € 2.848,00, conseguente sequestro del mezzo, ulteriori spese per le targhe provvisorie, per la nuova assicurazione delle targhe provvisorie, spese di spedizione dei documenti e targhe, infinita “tiritera” burocratica di almeno 3 o 4 mesi al fin di riavere i documenti dal Consolato Italiano nel paese d’origine ed avere il proprio mezzo in regola. Tutto ciò ha dell’inconcepibile ed insensato!!!

Per i motivi di cui sopra, si ritiene palese il contrasto tra la norma in esame ed il diritto europeo e per tale ragione, pertanto, l’Ill.mo Giudice nazionale adito, ha l’obbligo, di propria iniziativa, a disapplicare il comma 1-bis dell’art. 93 del CdS e conseguentemente annullare la impugnata contravvenzione.

  1. INCOSTITUZIONALITA’ DELLA NORMA, CONTRASTO CON LO STATUTO DEL CONTRIBUENTE E CONVENZIONI INTERNAZIONALI:

Ad avviso della scrivente difesa, il nuovo comma 1-bis dell’art. 93 del CDS risulta inoltre incostituzionale, nonché in contrasto anche con lo Statuto del Contribuente e con le Convenzioni Internazionali. Risultano, pertanto, essere violati i seguenti previsioni della Costituzione Italiana:

Art. 3 della Costituzione:

Con la sopraindicata norma viene palesemente violato l’art. 3 della Costituzione, poiché, la stessa viola il diritto alla uguaglianza sostanziale.

1.

Nella maggior parte dei casi, le auto immatricolate all’estero, sono utilizzate da persone con la doppia residenza, una in Italia (a volte anche solo di fatto) ed un’altra nel proprio paese di provenienza. Dette persone si trovano spesso in Italia per ragioni economiche, cioè, al fine di reperire un reddito, pertanto, non si tratta di persone benestanti. Le suddette persone hanno però assoluta necessità di un veicolo con cui spostarsi in Italia o all’estero, non possono, quindi, disfarsi delle proprie autovetture.

La norma contestata in questa sede prevede una immediata ed obbligatoria immatricolazione delle suddette auto in Italia, ma sappiamo che la immatricolazione comporta dei rilevanti costi da sostenere presso la Motorizzazione, nonché al fine di contrarre la relativa assicurazione che, per le persone senza classe di rischio (persone che non hanno avuto auto immatricolate in Italia), ammonta a circa € 2.000,00 – ovviamente da pagare tutto immediatamente. Considerato che non risulta prevista una “procedura gratuita” per l’immediatissima immatricolazione del mezzo in Italia (il quale mezzo, peraltro, resta sempre intestato allo stesso proprietario e non si è di fronte ad un “trapasso”) e considerato inoltre che la norma non prevede un termine ragionevole, successiva alla sua entrata in vigore, entro il quale le auto in questione possano essere regolarizzare si considera che detta norma violi il diritto alla uguaglianza sostanziale delle persone.

2.

Lo stesso articolo viene violato anche perché, la norma in esame permette, al comma 1-ter, la circolazione con mezzi immatricolati all’estero, da parte di residenti da oltre 60 gg in Italia, nel caso in cui il mezzo è “concesso in leasing o in locazione senza conducente da parte di un’impresa costituita in un altro  Stato membro dell’Unione europea o dello Spazio economico europeo che non ha stabilito in Italia una sede secondaria o altra sede effettiva, nonché nell’ipotesi di veicolo concesso in comodato  a  un  soggetto residente  in  Italia  e  legato  da  un  rapporto  di  lavoro  o  di collaborazione con un’impresa costituita in  un  altro  Stato  membro dell’Unione europea o aderente allo Spazio economico europeo che  non ha stabilito in Italia una sede secondaria od altra  sede  effettiva”. E’ permessa quindi la circolazione solo ed esclusivamente nel caso in cui i mezzi sono intestati ad aziende e non anche a persone fisiche e da quest’ultime ceduti in locazione e/o comodato d’uso a soggetti residenti in Italia. Per tale ragione si ritiene palese il carattere discriminatorio della norma.

3.

La norma in esame risulta altresì violatrice della Costituzione e del presente articolo, in quanto, omette di precisare e permettere la circolazione con il mezzo immatricolato all’estero da parte di persona residente in Italia, nel caso in cui il proprietario e/o detentore dello stesso residente all’estero si trovi a bordo del mezzo.

4.

Si ritiene discriminatoria la norma anche perché un parente, amico etc…residente all’estero, del residente in Italia, non possa a titolo di cortesia e/o a titolo di favore concedere la guida del proprio mezzo al residente in Italia. E’ del tutto assurdo!!! Non è, pertanto, concepibile che il divieto venga stabilito sulla base della residenza del conducente, ma ciò può e potrebbe stabilito solo ed esclusivamente sulla base della residenza del proprietario del mezzo.

Artt. 10, 11 e 117 della Costituzione:

Secondo i suddetti articoli le norme italiane devono essere in perfetta sintonia con le normative internazionali ed europee, se risultano in contrasto, oltre che inapplicabili sono anche incostituzionali – come meglio spiegato al punto 2).

Art. 77 della Costituzione:

Secondo il succitato articolo “in casi straordinari di necessità e di urgenza, il Governo adotta, sotto la sua responsabilità, provvedimenti provvisori con forza di legge”.

Nel caso in esame non risulta ravvisabile alcuna necessità urgente, pertanto, solo ed esclusivamente il Parlamento avrebbe potuto legiferare in relazione all’argomento di cui al succiato art. 93 del CDS. La precedente versione della norma conteneva già un divieto da parte del residente in Italia di circolare in Italia con mezzi immatricolati all’estero ed allo stesso intestati. Inoltre, grazie alla collaborazione e cooperazione fra gli Stati membri e conseguente regolare scambio di dati dei rispettivi cittadini, anche fiscali, le contravvenzioni venivano e vengono regolarmente notificati anche all’estero.

Vi è di più, proprio perché il proprietario risulta residente in Italia, tali contravvenzioni possono essere regolarmente notificate anche in Italia. Se il soggetto che ha commesso una violazione al CdS risulta insolvente con targa estera lo risulterà anche con la targa italiana. Inoltre, se si trattasse di una questione fiscale, sarebbe stato sufficiente notificare al soggetto residente in Italia cartella di pagamento, in relazione alla differenza della tassa automobilistica già pagata all’estero e da pagare in Italia. La verità è invece che gli unici beneficiari delle nuove previsioni sono solo le Compagnie di Assicurazione e non anche lo Stato Italiano. Per tale ragione si considera che la norma in esame non abbia alcun carattere di urgenza, pertanto, nel caso in esame, il Governo non avrebbe potuto assolutamente legiferare.

Art. 3 dello Statuto del Contribuente:

Lo Statuto del Contribuente nella gerarchia delle normative interne si trova immediatamente dopo la Costituzione, per tale ragione, le leggi, D. Lgs., D. L. devono assolutamente conformarsi allo stesso. Nel caso dell’art. 93 del CdS così non è. Secondo l’art. 3 dello Statuto del contribuente “Relativamente ai tributi periodici le modifiche introdotte si applicano solo a partire dal periodo d’imposta successivo a quello in corso alla data di entrata in vigore delle disposizioni che le prevedono. In ogni caso, le disposizioni tributarie non possono prevedere adempimenti a carico dei contribuenti la cui scadenza sia fissata anteriormente al sessantesimo giorno dalla data della loro entrata in vigore o dell’adozione dei provvedimenti di attuazione in esse espressamente previsti”.

Con la disposizione contenuta nell’art. 3, primo comma, il legislatore ha voluto tutelare il legittimo affidamento del contribuente, riaffermando, in termini impliciti, il principio generale della certezza del diritto. Sempre l’art. 3 contiene un’ulteriore disposizione di indubbio interesse poiché si prevede che per i tributi periodici, di norma quelli computati ad anno solare, le modifiche produrranno effetti solo a partire dal periodo d’imposta successivo a quello in corso nel momento in cui la modifica è approvata e comunque mai prima dal sessantesimo giorno dalla data della sua entrata in vigore.

La norma in esame introduce la tassa automobilistica per soggetti che prima non erano obbligati al versamento, per tale motivo, la correlata immatricolazione delle auto in Italia poteva essere prevista non prima del periodo d’imposta successivo. Per tale motivo la norma risulta violare anche l’art. 3 dello Statuto del Contribuente.

Art. 4 dello Statuto del Contribuente:

L’art. 4 dello Statuto del Contribuente prevede che non si possano disporre con decreto-legge nuovi tributi. In tal modo si provvede ad integrare la disposizione dell’art. 77 della Costituzione prevedendo, limitatamente alla materia fiscale, ulteriori limiti circa l’utilizzo di questo atto normativo con forza di legge. L’introduzione dell’art. 4 appare quindi di grande utilità istituzionale anche perché riconoscendo al solo Parlamento la possibilità di introdurre nuovi tributi, implicitamente affermando il principio già conosciuto in altri ordinamenti del “no taxation without rapresentation”. La suddetta normativa anche se indirettamente prevede la assoggettabilità a determinate persone (persone che hanno concesso la guida della propria autovettura ad un soggetto residente da almeno 60 gg in Italia) e/o beni ad un tributo (tassa automobilistica) e pertanto detta previsione non può essere assolutamente introdotta con decreto-legge.

Convenzione contro la doppia imposizione – Modello OCSE e art. 2 del D.P.R. n. 917/1986 (TUIR):

La norma viene qualificata quale norma contro “l’esterovestizione delle autovetture”. La residenza fiscale delle persone fisiche in Italia viene determinata secondo l’art. 2 del D.P.R. n. 917/1986 (TUIR), il quale stabilisce che ai fini delle imposte sui redditi si considerano residenti nello Stato le persone fisiche che per la maggior parte del periodo d’imposta:

    1. sono iscritte nelle anagrafi della popolazione residente,
    2. hanno la residenza o
    3. il domicilio nel territorio dello Stato ai sensi del codice civile.

Si sottolinea, la residenza (effettiva o anagrafica) in Italia, al fine della determinazione della residenza fiscale in Italia, deve sussistere, per la maggior parte del periodo d’imposta, pertanto, per almeno 183 gg all’anno e sicuramente non sono sufficienti 60 gg, affinché si possa pretendere una imposta in capo ad un soggetto. Inoltre, al fine di evitare la doppia imposizione, gli Stati hanno sottoscritto una Convenzione contro la doppia imposizione – Modello OCSE, stabilendo degli specifici criteri per la determinazione del paese in cui dovrà avvenire l’imposizione. Detta convenzione si allinea perfettamente alle previsioni nazionali e richiede la “residenza” (centro d’interessi) per la maggior parte del periodo d’imposta nel paese che applica l’imposta. Per tale motivo, come detto, la residenza per soli 60 gg in Italia, non può di certo comportare alcun obbligo ed alcuna imposizione.

Per tale ragione si ritiene che la norma possa violare la suddetta Convenzione internazionale, pertanto, ex artt. 10 e 11 della Costituzione, risulta anche incostituzionale.