TARGHE ESTERE – L’ART. 93 COMMA 1-BIS DEL CODICE DELLA STRADA VIETA LA CIRCOLAZIONE, AI SOGGETTI RESIDENTI IN ITALIA, ALLA GUIDA DI UN’AUTO TARGATA ALL’ESTERO – LA CORTE DI GIUSTIZIA DELL’UNIONE EUROPEA, CON SENTENZA DEL 16.12.2021 (C-271/20) (scarica PDF), HA DICHIARATO ILLEGITTIMA LA NORMA, IN QUANTO IN CONTRASTO CON LE NORMATIVE EUROPEE.

TARGHE ESTERE: È ILLEGITTIMA LA LEGGE ITALIANA SUL DIVIETO DI CUI ALL’ART. 93 CDS COMMA 1-BIS!!! I GIUDICI E LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE LA DEVONO DISAPPLICARE NELL’ATTESA CHE VENGA MODIFICATA.

Lo Stato italiano, per oltre tre anni, ha incassato elevate sanzioni pecuniarie ed ha causato ingenti danni ai cittadini, sulla base di una norma macroscopicamente illegittima. Le giustificazioni del Governo italiano si fondano su delle semplici presunzioni generiche di abuso, ritenute irragionevoli dalla CGUE e non costituenti motivi imperativi di interesse generale. Secondo la Corte sovranazionale i soggetti definiti dalla stampa italiana “furbetti” sono stati sanzionati per un fatto lecito e meritevole di tutela.

Il Giudice di Pace di Massa (Dott. Alfredo Bassioni), con ordinanza del 16.6.2020, ha rimesso alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE), al fine di ottenere una pronuncia pregiudiziale, l’esame del nuovo comma 1-bis dell’art. 93 del Codice della Strada (Causa C-274/20 – Domanda di pronuncia pregiudiziale – Ordinanza di rimessione in forma anonimizzata – pubblicata nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea in data 7.9.2020 – caso Studio Legale Kòsa Musacchio).

Secondo il citato comma « (…) è vietato, a chi ha stabilito la residenza in Italia da oltre sessanta giorni, circolare con un veicolo immatricolato all’estero ».

Il Giudice di Pace di Massa, in persona del Dott. Alfredo Bassioni, con ordinanza del 16.6.2020 (RG. n. 183/2019), richiede alla CGUE di verificare se il citato articolo possa, anche solo in maniera indiretta, occulta e/o materiale, limitare o rendere difficoltoso, per i cittadini europei, l’esercizio del diritto di libera circolazione e soggiorno nel territorio degli Stati membri, l’esercizio del diritto di libera circolazione dei lavoratori all’interno dell’Unione, della libertà di stabilimento e della libertà di prestazioni dei servizi, circolazione di capitale, influire in qualche modo sui suddetti diritti e/o di essere discriminatrice sulla base di nazionalità.

Il giudizio originale rappresentava una opposizione alla contravvenzione, elevata dalla Polizia Stradale di Massa Carrara, ex art. 93 comma 1-bis del Codice della Strada, in quanto il ricorrente, residente (da più di 60 giorni) in Italia, circolava alla giuda di una auto targata in Slovacchia, di proprietà della moglie, residente esclusivamente in Slovacchia.

Parte ricorrente, difesa dall’Avv. Margherita Kòsa del Foro di Milano (Studio Legale Kòsa Musacchio – Click Avvocato) , richiedeva al Giudice del rinvio la disapplicazione del comma 1-bis dell’art. 93 del Codice della Strada, in quanto, ad avviso della stessa, risulta in palese contrasto con gli artt. 18, 21, 26, 45, 49-55, 56-62 del TFUE o, in caso di dubbio, di rimettere la questione per interpretazione alla Corte di Giustizia dell’UE.

Parte attrice sosteneva inoltre che una simile previsione disintegrativa non dovrebbe essere ammissibile nello spazio unico europeo. Gli Stati membri non dovrebbero adottare norme che potrebbero limitare il diritto dei cittadini europei di circolare in qualsiasi Stato membro con auto immatricolate in qualsiasi altro Stato europeo.

Le targhe dovrebbero essere semplicemente europee, non solo formalmente, ma anche sostanzialmente. Dovrebbe esistere un Registro auto unico europeo e tassazione armonizzata. Solo in questo modo i diritti e le libertà di cui al TFUE possono essere garantiti appieno.

È inoltre inaccettabile che un cittadino europeo non possa far revisionare la propria auto in qualsiasi altro Stato membro. Le dette auto dovrebbero potere essere assicurate con qualsiasi Compagnia europea, lasciando regolare tutto solo dal libero mercato, altrimenti il libero mercato assicurativo è, indubbiamente, inesistente.

La presunta motivazione della norma sarebbe la limitazione della “esterovestizione” delle auto. Ma al fine di regolare la “esterovestizione” ovvero al fine di stabilire il Paese di tassazione dei beni e dei redditi esistono apposite convenzioni internazionali. Dette convenzioni, di sicuro, non possono essere modificate e superate mediante semplici norme interne.

Ed in ogni caso, lo Stato italiano, al fine di recuperare la pretesa tassa automobilistica, potrebbe efficacemente procedere contro il proprietario dell’autovettura targata all’estero, mediante un avviso di accertamento o altri atti di procedura tributaria e di riscossione.

L’effetto della norma, ad avviso dei ricorrenti, sembrerebbe univoco – protegge le Compagnie assicurative interne, notoriamente molto care e “fuori mercato”, l’unico motivo per cui molte persone hanno scelto di non immatricolare le proprie auto in Italia. Tale protezionismo occulto è palesemente in contrasto con il mercato unico e con la politica di concorrenza dell’UE.

Ad avviso del Giudice de quo, il divieto di circolare in Italia con una auto immatricolata in un’altro Stato europeo (indifferentemente a chi fosse intestata), da parte di un soggetto residente da più di soli sessanta giorni in Italia, oltre che a far sorgere dubbi su una eventuale violazione di alcuni diritti umani, potrebbe risultare discriminatoria sulla base di nazionalità.

Inoltre, l’obbligo di nazionalizzazione delle auto targate in un’altro Stato europeo, al fine di potere circolare in Italia, sopratutto dopo un soggiorno di così breve durata, potrebbe rendere difficoltoso e/o limitare, in maniera indiretta, ma notevole, l’esercizio dei diritti di alcuni cittadini europei di cui alle succitate norme del TFUE.

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea con sentenza del 16 dicembre 2021 (C-274/20) (scarica PDF) ha dichiarato illegittima la norma e precisamente che:

“È contraria al diritto dell’Unione una norma nazionale che vieti a chiunque sia residente in uno Stato membro da un periodo superiore a 60 giorni di circolare sul territorio con un veicolo immatricolato in altro Stato membro, quando la norma non tenga conto della temporaneità dell’utilizzo del veicolo sul territorio nazionale”. 

Con la citata pronuncia, la Corte ritiene che il prestito d’uso transfrontaliero a titolo gratuito di un autoveicolo, ricorrente nel caso portato alla sua attenzione dal giudice del rinvio, sia qualificabile come movimento di capitali ai sensi dell’art. 63 TFUE.

Secondo tale norma, sono vietate tutte le restrizioni ai movimenti di capitali tra Paesi membri, intendendosi per “restrizioni” quelle misure imposte da uno Stato membro tali da dissuadere i soggetti colà residenti dal contrarre prestiti in altri Stati membri. 

Osserva la Corte che la legislazione italiana, imponendo ai soggetti residenti in Italia da più di 60 giorni una nuova immatricolazione degli autoveicoli già immatricolati in altro Stato membro, con pagamento dei relativi oneri, finisce per applicare una tassa al comodato d’uso transfrontaliero dei veicoli a motore. Per contro, il comodato d’uso dei veicoli immatricolati in Italia non è assoggettato a questa doppia imposizione. Siffatta differenza di trattamento è in grado di dissuadere i residenti in Italia dall’accettare il comodato d’uso loro offerto dai residenti in un altro Stato membro.

La norma italiana, quindi, costituisce restrizione alla libera circolazione di capitali ai sensi dell’art. 63 TFUE. 

Detta restrizione è ammissibile solo per motivi imperativi di interesse generale, che la Corte non ravvisa nell’ipotesi in esame, e per finalità di contrasto della frode fiscale quando l’autoveicolo immatricolato in uno Stato membro sia destinato all’utilizzo permanente in altro Stato membro. La Corte rimette quindi al giudice del rinvio la valutazione sulla durata e sulla natura dell’uso del veicolo, oggetto del procedimento principale.

Essa afferma, in via di principio, la contrarietà al diritto dell’Unione di una norma nazionale che vieti a chiunque sia residente in uno Stato membro da un periodo superiore a 60 giorni di circolare sul territorio con un veicolo immatricolato in altro Stato membro, quando la norma non tenga conto della temporaneità dell’utilizzo del veicolo sul territorio nazionale.

La norma in esame, come prospettato dalla difesa dei ricorrenti e dal giudice del rinvio, in astratto risulta violare molteplici norme europee, non solo l’art. 63 TFUE che la Corte ha deciso di applicare al caso in esame, in quanto meglio rispecchiava la situazione concreta. Ciò non significa che la norma, al di fuori dei prestiti gratuiti transfrontalieri, possa considerarsi legittimamente applicabile.

Alla luce della sentenza della CGUE, i giudici italiani e la pubblica amministrazione devono necessariamente disapplicare l’art. 93 comma 1-bis del Codice della Strada. Lo Stato italiano deve invece provvedere alla urgente modifica del citato atto normativo. Nel caso contrario la Commissione europea potrà avviare una procedura formale di infrazione contro lo Stato italiano.

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